[[el miedo escénico]]
 





lunedì, 21 dicembre 2009

ABBI DUBBI
(perhaps, perhaps, perhaps)
 
 
-Forse dovrei tornare.
-Forse.
Ada premette invio su quel forse. 
Premere un avverbio, e per di più dubitativo, non era una cosa buona.
[E nemmeno giusta.]
Rimarcare così l’indecisione di Amelia.
Che di certo avrebbe voluto un avallo.
Quanto meno un consenso più netto.
Certo!
Sicuro!
Dovresti eccome!
 
E invece …
Forse.
 
Sicuramente, Amelia, leggendolo, sarebbe sprofondata al fondo di quel dubbio dal quale tentava, invano, di risalire. Mica da ieri. Almeno da due anni.
Amelia non era come lei.
Che chiedeva le cose (se e quando le chiedeva) tanto per dire.
Ché poi faceva, comunque, di testa sua.
Anche sbagliando, ma di testa sua. Mai perché glielo avesse suggerito qualcuno.
Amelia chiedeva le cose per ottenere delle risposte che indirizzassero il suo cammino da una parte o dall’altra.
Come ad un navigatore satellitare, lei chiedeva per sapere dove andare, che equivaleva, in buona sostanza, a sapere cosa fare.
E ora stava leggendo sul display cinque lettere chiuse da un punto che significavano un “ricalcolare il percorso”.
 
[Eppure non sono stronza.
È che quella risposta non la so dare.
Non so davvero dirti se è meglio o no che tu torni qui.
Da un lato non vorrei.
Dall’altro sarebbe naturale.
Ma non so se sarebbe uguale. Per me.]
 
 
 
Amelia non prese mai quel treno.
Alberto rimase stupito di non vederla al suo matrimonio.
Ada si accorse troppo tardi di avere una felicità storpia nel contemplare quell’assenza.
.
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postato da: e.l.e.n.a. | 16:45 | commenti (10)

giovedì, 10 dicembre 2009

TIME AFTER TIME
 
E poi ci sarebbe da dire che a me in questa parte dell’anno mi manca il fiato come se avessi finito la bombola e dovessi dire tutto ma che poi è anche niente e il filo del discorso scorre sotterraneo e poi vedi un lembo in superficie e scosti il terriccio lo sollevi e lo tiri e rifai il percorso all’incontrario e lui ti porta e tu lo segui e per esempio l’anno scorso al Torino Film Festival io avevo visto un sacco di case bellissime diversissime ma ugualmente bellissime e ora la mia che è cambiata in questo ultimo anno mi pare bella se non proprio ancora bellissima e ci metto cose dentro e ne lascio fuori altre e invece nei film di quest’anno che erano sempre tanti non c’era nessuna casa che mi piacesse e non per questo ma comunque ho pianto nelle sale buie con quelle lacrime che mi assalivano le guance a tradimento scendendo prorompenti e intrattenibili figuriamoci da me che ho pure pochissime ciglia e in questo natale in arrivo mi scopro in ritardo come se dovessi chiedere una proroga una settimana in più un rinvio che ancora ho bisogno di assaggiare i colori e le luci del natale prima che la sbrigatività di qualcuno spenga tutto e archivi al prossimo anno chiudendo negli scatoloni le luci e le ghirlande che i madonnaquantoodioilnatale non mancano mai e toglietemi di torno questi insopportabili e nel nuovo spazio articolato intorno a me mi sento come quegli animali al cospetto di un nuovo scenario mi muovo timidamente resto in attesa e ascolto il nuovo silenzio che si propaga da spazi e aperture e prospettive mutate e a tratti irriconoscibili e forse sono io a rendermi irriconoscibile anche a me stessa quasi costretta a rileggere cose del passato le cose che tengo senza magari nemmeno sapere che sono da qualche parte e che saltano fuori come clown caricati a molla chiusi dentro scatole ma in agguato sotto il coperchio e pronti a farmi sobbalzare nel leggere quella che ero quella che sono stata nel leggere parole d’amore che sono rimaste tracce sulla carta sottratte al senso del tempo e che talvolta io lo so hanno portato altrove in un continente alieno o non ancora scoperto e legger di chi si raccontava in un modo tale che ancora oggi a distanza di chilometri e pagine e storie mi commuovo al centro di una stanza principessa del pavimento nudo che sa esser morbido nell’accogliere la mia stanchezza adrenalinica e sfatta come la fine di un gioco che si vuole nonostante tutto ricominciare e ancora all’improvviso cataste di ricordi che mi rovinano addosso con il loro peso enorme e che non pensavo di dover sopportare così come la tenerezza che indulge a una memoria di sorrisi e che stempera il dolore nel ripercorrere strade e movimenti e sapere che allora almeno in un allora è valsa la pena accostarsi a questa cosa frastagliata e piccola e dura di sguardo.
 
a moment, a love
a dream, aloud
a kiss, a cry
our rights, our wrongs (won’t stop til it’s over)
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postato da: e.l.e.n.a. | 12:24 | commenti (14)

lunedì, 30 novembre 2009

DON’T LET ME BE MISUNDERSTOOD
 
Ho capito tre cose:
1. sono molto intelligente perché me lo dicono in tanti.
2. sono molto sciocca perché ci credo tutte le volte.
3. l’intelligenza non si coniuga col verbo amare, ovvero non la si ama.
 
 
[veramente ho capito anche che la barra di strumenti “comment_youtube” non esiste.]
 

postato da: e.l.e.n.a. | 14:28 | commenti (32)

venerdì, 20 novembre 2009

NO COMMENT
 
 

 

No, che uno dice c’è crisi.
Nemmeno più esprimere un’opinione…
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aggiornamento 24/11:
elena scrive a splinder: nonostante abbia eseguito quanto da voi indicato sul post, continuo a non riuscire più ad inviare commenti né pvt.
splinder risponde a elena:  dovresti seguire alla lettera le indicazioni sul post
e dopo aver pulito la cache effettuare il refresh della pagina con l'editor premendo simultaneamente CRTL+F5

!!!

 


postato da: e.l.e.n.a. | 18:08 | commenti (11)

lunedì, 09 novembre 2009

STARDUST MEMORIES
 
Kubrick è morto, Adams è morto e anche questo blog non si sente tanto bene.
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postato da: e.l.e.n.a. | 19:54 | commenti (34)

martedì, 03 novembre 2009

VIAGGIO AI TERMINI DELLA NOTTE
(Sonatine)
 
Roma è da pazzi.
Pazze che hanno preso un treno e poi un altro nell’arco della stessa giornata. 1350 km andata e ritorno per un tocco di dita. Per sentirsi sfiorare, protagoniste uniche e molteplici nel coro assemblato all’Auditorium di Santa Cecilia.
A Roma per l’appunto.
Non proprio dietro l’angolo se dietro l’angolo non ci fosse una curva tendente all’infinito che ti trascina via in uno sbandamento costante, oltre le traversine rumorose, la Liguria del primo mare, il brillio di un cambio di passo e poi Viareggio e i suoi cuori alla finestra, neri e muti, che guardano maledettamente bruciati la ferrovia e poi l’Arno pisano e Livorno e l’imbrunire che t’assale malinconico e grave, ma è un accento, soltanto.
E, comunque, [o forse proprio per] la Maremma sarà maiala ma è bellissima. Striata di rosaarancioazzurro e poi violacea violenta e sanguigna. Lenticolari e lente nel passaggio, nuvole basse attraversano l’orizzonte visto da un treno che va all’incontrario solo per me che preferisco (e l’ho già detto) guardare le cose che lascio come brandelli di fotogrammi che si sfilacciano fuggenti ancora per un attimo e poi si perdono tra la folla incessante di una stazione che è solo il prodromo del nostro godere note silenziose e duplici nella conchiglia interiore che sa trattenere il moto ondoso e il rumore tutto, che pare un mare calmo e burrascoso assieme, per poi addomesticare le onde del nostro desiderio immoto, sedato da sedili di costrizione, baluardo di fila in avanguardia, desideroso di infrangersi sugli scogli di un pensiero ficcato dritto, nel cuore.
I carapaci d’insetto sono tre e sono lì ad accoglierci nella disorganizzazione che ci saremmo aspettate. E tutto il mondo è paese e siamo milioni, ma, alla fine, per l’autista del bus navetta Termini/Auditorium siamo solo due che stanno perdendo un treno, agganciate a telefonini inutili verso i radio taxi che ma tu non vuoi mica trovare un taxi a Roma? E che, allora, decide che partire dal capolinea 4 minuti prima non è poi un peccato così mortale e si getta sulle strade romane schizzando sui sampietrini, bruciando semafori già più che aranciati e scalpitando come un cavallo alla mossa, dietro al disco rosso. Arriviamo rombando e, senza manco ringraziare, iniziamo la nostra corsa sgraziata - Cenerantole in affanno - che ci costerà fiato e tosse convulsa, verso quella bocca di luce che è la facciata della stazione, per poi buttarci nel nostro antro buio dopo un buffo gioco delle tre carte alla conquista dei posti, dove l’escluso è il ferroviere clandestino.
Torino è nebbia a colazione come se niente fosse. Come se quella notte fosse stata una notte come un’altra. E invece no.
[We get to think of life as an inexhaustible well, yet everything happens only a certain number of times, and a very small number, really.]
Ryuichi Sakamoto, per me, rimane sempre la ieratica bellezza di Furyo. Delicato e morbido quanto potente e acceso. Quasi solo per noi che lo inquadravamo dai pochi metri che separano una prima fila dal palco.
Un insetto reso enorme dalla prospettiva, s'alzava e si lanciava a capofitto in picchiata dopo evoluzioni iperboliche che lo esaltavano sovradimensionandolo quando entrava nel cono di luce dei fari di scena. Che fosse mosca, farfalla o calabrone poco importa perché lo sguardo correva dietro a quel volteggiare impazzito e ai nostri occhi incongruente quanto pieno di logica da parte di chi lo stava compiendo. Il suono era parte del volo. E viceversa. Nel languore di un rilassamento cerebrale, oltre che fisico e posturale, c’era la vaghezza di un viaggio verso un dove indefinito, diverso per ognuno di noi quanto uguali fossero e sono le note che irrompevano nell’aria.
E il nostro lasciarsi andare, per vie sconosciute o ripercorse. Antiche e nuove.
 
 
(stasera* si replica)
*(ieri sera)
e, quindi, finalmente.
[Merry Christmas, Mr. Sakamoto]
 

postato da: e.l.e.n.a. | 20:24 | commenti (7)

giovedì, 22 ottobre 2009

IL SIGNORE DELLE MOSCHE
(come se)
 
Distintamente.
Non la prima. E nemmeno le successive. Ma questa volta lo sento distintamente. Come se mi si fosse ricomposto il disegno che era nascosto dai punti numerati, o mi si fossero girate le carte sul tavolo verde al mio “vedo”.
Chiaramente.
Un bagliore di luce che ha rischiarato a giorno, come un lampo al fosforo, il senso dell’olfatto che si è fatto acuto, preciso, netto.
Non c’è dubbio che sia odore di morte quello che il ronzio delle mosche si porta appresso nella calura feroce di questo quattro di agosto.
La “Fratelli Serianni & C. sas” è un’azienda di quelle dove, appena entrato, non vedi l’ora di uscire. Sia che si presenti uno dei fratelli, sia che ti si pari davanti Sabrina, il suo culo e il suo desiderio tenuto alto dall’esercizio e dai tacchi che non si esime di portare anche fra i capannoni e le manovalanze.
Eppure oggi e mai prima, aleggia quest’odore inconfondibile.
Eppure i laminati non devono sapere di niente. Tanto meno di carogna.
Il caldo diffonde, a tratti, il dolciastro che ti prende alla gola. Trattengo i conati che salgono ad intervalli regolari, come le contrazioni di una partoriente.
Le mosche sono nervose. Come se aspettassero qualcosa e fossero prigioniere sotto una campana di vetro. Ti si sbattono addosso come se l’aria fosse un’invalicabile barriera posta a freno del loro anelito di fuga.
Tutto farebbe pensare ad un giorno come un altro. Eppure c’è qualcosa. E mi sto chiedendo se sia solo io. Se sono pazzo o che altro.
La fronte e la nuca sono madide di sudore. La schiena è marcia.
Fa caldo, sì, ma è qualcosa di più. Come fossi invischiato in qualcosa.
Carmine Serianni è al fondo del capannone. I bermuda abbassati che quando si china intravedi il taglio in mezzo alle natiche di pelo aggrumato. La maglietta è strappata sotto l’ascella sinistra.
Parla poco Carmine. E’ tutt’occhi, lui. Se te li punta addosso sei sempre tu quello che abbassa lo sguardo. Il suo mutismo è cangiante come un riflesso d’acqua scura. Ha il vizio di schioccare la lingua sul palato. Quando lo fa, sembra una fiera che ha appena sbranato la sua preda, spolpandola e non lasciandone che le ossa sparse a terra.
Raffaele, suo fratello, detto Camurria, è solito menar le mani, parlare a voce alta e soffiare dal naso come un toro. Più tarchiato di Carmine, ha i capelli biondi tinti e l’orecchino a sinistra. Che mica è frocio, lui.
Sabrina era stata, un tempo, la fidanzata di Raffaele. Poi s’erano lasciati ma lui le aveva permesso di restare a lavorare lì. Ci sa fare lei coi clienti. Sembra darla a tutti. Ma la dà, soltanto, a bere a quegli imbecilli che non capiscono più niente con lo sguardo arrazzato dietro alle sue curve. Li mena dove vuole lei. Che, in fondo, è, anche, dove vogliono i fratelli Serianni.
Sabrina era arrivata lì dodici anni fa quando, di anni, lei ne aveva diciotto compiuti da tre giorni. Si dice che fosse stata l’amante (ancora minorenne) del fondatore della ditta, Salvatore Serianni detto l’Antico per la sua passione per le necropoli, i templi e tutto quello che lì attorno ricorda la Magna Grecia, compreso il furto e il contrabbando dei reperti archeologici che, si dice, gli abbia portato un bel po’ di denaro. Annarella Boscolo in Serianni, la moglie, era morta, poverina a soli 42 anni per le complicanze della gravidanza avanzata. La quarta, che produsse solo un esserino di cinque mesi abortito malamente e in modo, per lei, fatale. Già, perché prima aveva fatto in tempo a nascere Luigi.
Luigi è biondo naturale e ha le labbra sottili come le braccia, il tronco e le gambe. Ragno, come lo chiamavano i fratelli da piccolo, ha una vocetta strana e, quando aveva tredici anni, Carmine aveva detto, di ritorno dall’oratorio, che Luigi stava sempre in sacrestia con Don Armando, anziché giocare a pallone. S’era diplomato ragioniere ed è considerato la testa pensante della Fratelli Serianni & C.
A Carmine e Raffaele gli do del tu. Lui è il Ragionier Luigi…
Il silenzio del pomeriggio è rotto solo dal ronzio prolungato del flessibile che pare mosso da forze costrette e indefesse.
Silenzio e mosche.
Un turbinio che non dà pace.
Che nemmeno la dea Kalì con tutte le sue mani sarebbe riuscita a cacciarle via.
Carmine mi fa un cenno con la testa e li seguo nel box prefabbricato, col tetto di eternit ricoperto, dove stanno gli uffici.
La porta si chiude alle mie spalle
Dopo qualche passo nel corridoio vedo un’ombra riflessa sui vetri.
In un attimo sono a terra.
Mi gira la testa.
Sento qualcosa che scorre lungo il collo.
Sangue.
Sento che sto per cadere.
Le ultime cose che vedo sono le caviglie di Sabrina zeppate a 12 cm da terra, gli occhi di Carmine e le mani di Raffaele.
E una voce.
Vedo anche quella voce. Vedo salire quelle note acute sul viso pallido che si contrae in una smorfia, mentre il coltello ripiomba sul mio petto, ora.
E poi ancora e ancora.
È come una falena impazzita, Luigi.
E loro, le mosche, sono, dunque, convenute per me.
Peccato, per il finanziamento, faccio in tempo a pensare ancora.
In fondo al corridoio vedo stagliarsi la carrozzina elettrica e superaccessoriata di Don Salvatore.
 
Anche se non ci credo, è lui il Signore delle Mosche
 
 

postato da: e.l.e.n.a. | 10:11 | commenti (15)

mercoledì, 14 ottobre 2009

NEL SOLE, NEL VENTO, NEL SORRISO E NEL PIANTO
(si sta come d’autunno)
 
Io, quando perdo qualcosa, non è solo qualcosa.
(E sottolineo io ché mica per tutti, magari, è uguale)
È qualcosa più qualcosa.
Nell’istante della perdenza (e nel suo perdurare reiterato) c’è un valore aggiunto che grava e aggrava quel senso di perdita.
Che, poi, ti senti sperso Tu. Nemmeno più, solo, il Qualcosa.
Ed è una perdenza che non è più soltanto sommatoria, ma esponenziale.
Le infinite possibilità che quel qualcosa ti dava (o anche solo prometteva) si annullano. Crollano, all’improvviso, come un castello di carte.
E, talvolta, è stata la pazienza, talvolta la pervicacia, talvolta l’azzardo e, forse, un poco anche il caso, a ergerlo così tanto in alto. Ma ci hai creduto. E poi un soffio e tutto scompare, si perde.
Ed io sono inadeguata al senso di perdita.
E non è una carezza, non un benevolo blandirmi. Non è un giocattolo nuovo che potrà sostituire quello rotto, che ridarà il sorriso a quel grumo di ostinata disperazione bambina. Non quello. Non è quel pensiero che, ricorrente o sporadico coglierà nell’istante di un barlume di coraggio il moto a luogo verso un qualcosa che non sarà più.
E la temo l’inadeguatezza mia. E saggezza vorrebbe che fosse più giusto mettersi al riparo. Non correre il rischio. Fare finta di nulla e guadare le rapide o il placido rio con fare indifferente. Fischiettando mani in tasca e sguardo dritto. Senza voltarsi indietro. Ché, altrimenti, si vacilla. E si perde l’equilibrio.
Persino quando l’aria è ferma. [Figuriamoci se, invece, poi.]
Un pezzo di carta, una cartolina, una maglietta o un paio di occhiali sanciscono come un sigillo notarile lo stato di fatto di quella perdita. Buttare via fa sempre male. Soprattutto se ti rendi conto, se hai consapevolezza che ciò che butti, in realtà, non è più testimonianza dell’altro che un tempo - fossero anni o fosse ieri - si è donato a te/ti ha donato (anche suo malgrado) qualcosa di sé. Ma è solo e soltanto più, un pezzo di te. Risibili o no, sono le tue cellule, la tua carne e quella cosa che si chiama sentimento-animo-sensibilità (e chissà che forma ha e che peso e consistenza e se per tutti è uguale.)
Le perdenze non sono tutte uguali, ma identica è l’instabilità che aprono ai tuoi piedi. Poi, si può cadere o restare in bilico sulle nostre un po’ più fragili certezze. E, ugualmente, farà male.
Mentre strappi, getti, chiudi uno scatolone e lo releghi ad immondizia indifferenziata del tuo dolore umido e pure un po’ sudicio.
 
[E ieri c’era vento.]

postato da: e.l.e.n.a. | 16:51 | commenti (18)

giovedì, 08 ottobre 2009

LA SPOSA TURCA
 
Stato di grazia.
E non è solo nostalgia dei colori, di quei passi consueti che, anche se per pochi giorni, sono il tuo ritorno a casa. È proprio quello stato di grazia che ti pervade e ti tiene lontana dai pensieri, dalle preoccupazioni, dalla realtà che spesso non collima col desiderio.
La stanchezza benefica. Quella che senti sulle spalle di uno zaino ormai pieno di troppe cose e delle tue gambe che si trascinano un po’ sul pavé lucidato da scrosci d’acqua, nei saliscendi tortuosi che risalgono percorsi mentali talvolta interrotti da una risata, una frase, un gatto da accarezzare, una foto da scattare.
Ché poi facciamo tutti le stesse foto, diciamolo. Ma le nostre sembrano sempre avere un tocco di originalità soltanto perché siamo noi a farle. E il cumino, lo zafferano, la curcuma e la paprika diventano i colori del nostro animo che si stende dall’occhio al dito premuto per la messa a fuoco, l’inquadratura, il taglio ardito e il fatidico clic, oramai viziato dal vedosubito che ti procura, nell’immediato, gioia o frustrazione. Per quello che.
A dirne, di Istanbul non potrei che dirne bene. Anche se ne ho vista una piccola parte. Solo qualche tessera spaziata del mosaico, ma non la figura intera. Quella non l’ho riconosciuta ancora. Ma, come accade con certe persone, so che voglio conoscerla.
Capisco questo, non solo, dall’enumerazione un po' avvilente delle cose che “stanno fuori” perché non viste, dalle pagine della Guida pur sommaria che ci ha accompagnato, ma perché non ne ho colto l’odore. Le città, i posti, hanno un proprio odore. Ed io non so ancora quale sia quello di Istanbul. Non l'ho percepito distintamente. Posto che non ce ne sia, probabilmente, uno dominante, che non ci sia un’essenza univoca.
Forse perché non sono le caldarroste, i melograni impudicamente sgranati agli occhi, il cibo che travalica porte e locali e si espande per le strade. Non l’Ayran, il Kebap o il Gözleme. Non le spezie, i Lokum e tutta la teoria dei pistacchi.
E mi mancano i suoni. Quelli che cercavo, mossa dalla malia di Fatih Akin. Trovo i miei Baba Zula e questo è già quanto. [Ma come dimenticare l’irrompere nel sonno del canto del muezzin alle 5.50]
La squisitezza maschile, invece, inebria il cammino, passo dopo passo. Una sorta di ammirazione a prescindere che apre il sorriso e te lo fa, istintivamente, ricambiare.
Noi mangiamo cose tanto dolci quanto più dolci saranno poi le parole che pronunceremo.
Se, poi, si tramuta in una gentile proposta di matrimonio a seguito di brevissimo e intensivo corteggiamento a passeggio, per strada, davanti a Santa Sofia, in un giardino dove la profferta si ammanta della dote di grande casa su Bosforo, macchina rossa, vino buono e … sono professore… beh, che dire, se non continuare a sorridere?
La tattilità esagerata ha il suo livello di guardia. Come protetta da un'aura animalesca, qualcosa mi sottrae, mio malgrado, da quella situazione che io temo e percepisco in modo estremo anche quando si tratta di mani e braccia di uno sconosciuto. E in qualche modo mi preserva (a differenza delle mie compagne di viaggio) da quel contatto continuo come una sorta di corrente alternata che passa per rapidi passaggi di mani che ti si infilano sottobraccio, dita che sfiorano guizzanti, se non proprio baci stampati su guance attonite e spalle circuite da affetto improvviso. Guardo e mi diverto e rimango nel mio spazio-bolla quasi ermetico sino alla salita sulla Metro di superficie.
Qui, la classica mano morta non me la leva nessuno. [Se non la sottoscritta.]
La gonna di jeans, seppur lunga, è sottile protezione dal rapido colpo di mano che, da poco sopra l’incavo del ginocchio, risale sul retro coscia per terminare la sua corsa sul culo. Sono frazioni di secondo di sorpresa, sino all’incrocio di sguardo col possessore della vivissima mano. Mi scanso, lo penetro d’occhi e gli scaglio contro un ehi che vuoi? che gli abbassa le palpebre a terra a rimirarsi i piedi e a costringersi un po’ nel suo giubbotto di pelle nera.
La sera, il pensiero ruota insieme ai dervisci e fugge oltre quel baricentro ipnotico, ritmato dalla musicalità di flauto, cetra e percussione e spazia verso cerchi distanti anni luce dal qui e ora, per poi tornare come alla fine di un disco, quando la puntina lascia il solco per sfiancarsi lungo il centro del nostro incantamento.
L’hammam, che immaginiamo spettacolare, è un colpo di frusta alla bellezza attesa. Austero, quasi monacale, marmo chiaro e donne enormi. Trionfo di carni flaccide e spesse, irrorate d’acqua e lucore ondeggiante di sensualità matronale. E io indosso il mio disagio.
Non fosse che. Per cause di forza maggiore, (data la mia disorganizzazione logistica, che chi ci pensa ad un cambio) tornare a casa/hotel, senza mutande nel fresco serale di una mezzanotte di quasi plenilunio, ilare e spossata, erano anni. Sì. Erano proprio anni.

postato da: e.l.e.n.a. | 18:42 | commenti (17)

giovedì, 24 settembre 2009

CONSTRUCTION* TIME AGAIN
 
No, è che sono giorni difficili.
La casa, o meglio, ciò che residualmente si può chiamare casa, è stata attraversata dagli Unni che, sicuramente, sono i progenitori della stirpe rumenopugliese che sta conquistando il mio territorio.
Proprio oggi, nel bel mezzo della cucina, è piantata la lavatrice con l'oblò rivolto verso il frigorifero (che quindi non si apre) e, al suo posto, c'è una specie di cratere con i mattoni montati a neve come per fare una torta.
La scelta delle pitture, sulla mirabolante cartella colori Sikkens, crea ogni volta disappunto in chi mi guarda e dice fra sé e anche con questa dobbiamo andare con sei mani.
L’ostinato maniacale talento nel rintracciare millimetriche scentrature che, non a caso mi è valso l’appellativo di Nostra Signora delle Simmetrie, scopre ineludibili scompensi da parte a parte, visibili [addirittura!] ad occhio nudo. Soprattutto in una casa assolutamente scalena dove l’eccezione conferma la sregolatezza.
Ora c’è poi una specie di frenesia che pervade e invade ed io ormai farei la doccia in un open space data la consuetudinarietà con gli invasori.
Ti mancheranno. Dicono.
Ora mi sto un po’ mancando io, a dire il vero.
Le idee, soprattutto se nuove, in qualunque campo le si diffondano, creano spesso timori se non terrore vero e proprio. E a me le idee vengono, inarrestabili come quei rutti che puoi fare a tuo piacimento se ingolli litri di coca cola o birra. Appena dico qualcosa, leggo un sottile inciampo nell’attenzione di chi ascolta e poi, inevitabilmente, ogni voce fraseggia un ma …
Avversati, i miei pensieri si infrangono sulla barriera corallina della cocciutaggine di che crede di sapere sempre e comunque e, invece, poi sottostà ai capricci del committente che pare parola antica e ammantata di un’aura di grazia e ampiezza di vedute quanto più, ora, intrisa di un senso di grettezza e intenzionalità greve e autoritaria sulla manovalanza.
Scoramento è la parola del giorno.
Mi sembra di attraversare uno di quegli spaventevoli tunnel dei luna park dove fantasmi, figure inquietanti, bestie bestiali, grida, gemiti e quant’altro ti viene addosso con fulminea voracità e tu non vedi l’ora di uscire da quel buio vorticoso abbagliato da paure e soccombenze. Vuoi la luce e la fine di quella strettoia che pare togliere il fiato e serrare la gola. E la riconoscibilità - almeno quella - dei mostri che, anche nei giorni felici, ti possono assalire.
Robe che nemmeno li Turchi.
[Prossima fermata: Istanbul.]
 
 
* (Destruction?)
 
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postato da: e.l.e.n.a. | 18:36 | commenti (23)