[[el miedo escénico]]
 





mercoledì, 14 maggio 2008

ISTANZE  ELETTORALI
 
Amministrami la cosa pubica.

postato da: e.l.e.n.a. | 20:23 | commenti (23)

giovedì, 08 maggio 2008

MADRE DE HIJOS
 
(piena di grazia)
 
 
Ci sono mondi, che senza un preciso, riconosciuto motivo, attraggono nell’infinito spazio dell’irrazionale, del sogno, dell’immaginario o chissà che.
C’è chi è sedotto dall’oriente, che a me, per dire, attrae poco o nulla.
Chi dal grande nord. Chi subisce la fascinazione russa.
Io, ho un paese che è una punta di spillo. Preme a ricordarmi che prima o poi ci dovrò andare. La cosa curiosa è che, a differenza di tanti italiani, ma soprattutto di tanti piemontesi, non annovero nessun lontano parente andato laggiù a cercar miglior fortuna. E non vado matta per il tango. (Si sa).
Eppure l’Argentina è là. Una sorta di Atlantide riemersa che mi attrae come un vortice, nel quale prima o poi cadrò.
 
L’Argentina è 30.000 persone scomparse. E non so quale numero di bambini cresciuti senza aver mai conosciuto i propri genitori naturali. L’Argentina è il sangue pulito di mani oscenamente sporche, di generali, uomini politici, clero. L’Argentina è una ferita così grande da rimanere aperta, slabbrata e il sangue si mescola alle lacrime e al dolore di madri e padri che piangono una generazione di figli perduti. L’Argentina è una rassegna cinematografica troppo breve e concentrata per chi ha il tempo contato a spiccioli. “Madres” inchioda per due ore di fronte a visi, gesti e parole che trattano l’insopportabile. Sono i fazzoletti e le sciarpe bianche sulla testa delle donne di Plaza de Mayo. Sono i passi di tutti i sacrosanti giovedì, sgranati come una corona del rosario. Tutti in fila, tutti gli anni. Sono le parole incrinate da un dolore senza fine. E di un coraggio senza fine. Sono le foto di ragazzi e ragazze con l’inesausta bellezza dell’età. Le fotografie come ognuno di noi ha nel proprio album. In bianco e nero o in quel colore virato al rosso. Lontane da percorsi digitali, ingrandimenti e ritocchi. Piccoli rettangoli pieni di occhi rivolti all’obiettivo o distratti da mondi fuori campo. Sono quelli che non sono mai più tornati, per incanutirsi alla vita.
 
L’Argentina è un corteo che io ho ascoltato non so come, forse ai bordi di una strada, sicuramente con la paura addosso, quando nella mia lontana memoria ho fissate indelebilmente le parole di uno slogan “Cile, Cile, Argentina, l’Italia come l’America latina”.
Io avevo paura allora e ho paura adesso. Ne ho molta. Conosco anche le facce di chi oggi mi è “amico” e domani non esiterebbe a eliminarmi con la stessa ferocia di allora in nome di una “pulizia” politica. Sono persone come noi, stanno in mezzo a noi. E sono gli stessi che irrompono nella scuola Diaz o che hanno “finito” Federico Aldrovrandi, o pestato a morte Nicola Tommasoli, il ragazzo di Verona.
 
L’Argentina è un processo in cui la parola giustizia si è dispersa come spore al vento. Facendo crescere soltanto rabbia. L’impunità l’ha fatta da padrone. Lo strazio è diventato mestizia per un’indifferenza che porta il peso di una colpa negata. L’Argentina è una stirpe di bambini che non ha mai conosciuto i propri genitori e che ora cerca, attraverso i nonni, di ridisegnare la propria appartenenza, non alle belve che torturarono e annientarono chi li aveva messi al mondo, ma a persone che hanno tessuto per tutti questi anni la tela del loro cammino per far ritrovare la strada di un ritorno, di un abbraccio, di una riconquista, di un’insopprimibile identità.
 
L’Argentina è solo dall’altra parte della luna.

postato da: e.l.e.n.a. | 17:39 | commenti (39)

mercoledì, 30 aprile 2008

ME DA PENA CONFESARLO
 
scusate non mi tengo
talvolta sì m’astengo
di solito mantengo
sublime il mio silenzio
persona equilibrata
(a dir poco tollerante)
ma di fronte ad un montante
accanito sentimento
sfinita da un profluvio
di voli senza tempo
di tacchi e calze nere
di torride balere
di umori e batticuori
di giri e di raggiri
di sole e solitarie
lupe e procellarie
caviglie affusolate
ginocchia avvicinate
di aneliti e erezioni
magnifiche ossessioni
sudati strusciamenti
abbandoni e appostamenti
giustamente io ritengo
sia davvero giunta l’ora
[astuta la milonga
corta di passo
stretta di gonna]
di dirla proprio tutta 
al peggio e alla brutta
e davvero ne convengo
irosi sentimenti
susciterò d’incanto
mi spiace per Gardel
d’esilio ancor costretto
ma non il suo di canto
ma proprio quel balletto
di chi aspira al rango
però io qui lo dico
(a negarlo c’è poi tempo)
ché mica mi nascondo
nemmeno dietro a un fico
mi piace no ‘sto TANGO!

postato da: e.l.e.n.a. | 20:26 | commenti (34)

sabato, 26 aprile 2008

POINT OF VIEW
 
  • Ora e Sempre Resistenza
  • Grillo vaffanculo
  • Forza Roma

postato da: e.l.e.n.a. | 16:26 | commenti (47)

giovedì, 17 aprile 2008

FINO ALLA FINE DEL MONDO
 
Non ci abbandona.
Questo grigio Torino non ci abbandona.
Tranne domenica mattina, per la maratona, quando la città si è assolata all’improvviso.
Incombe un po’ monotòno su questa primavera a stento e assai poco stentorea.
Sembra di essere ad Afterville. E gli alieni, forse, sono tra noi. Noi che crediamo che non sia possibile esser così e che, invece, siamo circondati. Torino che non è New York ma somiglia a quella futuribile Los Angeles dove si dovevano stanare i replicanti che sembravano umani. Là, la pioggia ininterrotta, battente, disciolta nelle lacrime di chi ancora sa piangere. Qui una nebbia cupa avvolgente, priva di squarci di luce quasi che il cielo non ci fosse più ma fosse solo coltre lattiginosa. Curioso cortometraggio che ritrae Torino come l’unica città al mondo in cui una qualche entità extraterrestre ha deciso di palesarsi per portare, forse, un messaggio, del quale nulla si sa. Sono passati 50 anni circa dalla discesa delle astronavi che ora sono incastonate fra le strade e le piazze, tra il Po e la collina, oscurando il monumento simbolo e delineando il nuovo skyline con queste “rocce” lenticolari infilate di taglio. Hanno inciso il terreno e il cuore e la mente della città sino alla svolta di una presunta fine del mondo annunciata da un improvviso countdown. L’ora x sta per arrivare. Cosa succederà dopo? Quale sarà il dopo e soprattutto ci sarà? La città non ha fatto niente, non ha indagato, non ha rimosso; si è limitata ad aspettare. Questi monoliti grigi piantati nella carne urbana come frecce nel costato di un san Sebastiano arreso non dicono nulla di sé. Non sono stati scacciati, distrutti, ma asserviti alla cultura dominante, che ne ha costruito sopra centri commerciali, luoghi non luoghi dove incontrarsi per non incontrarsi mai. L’alienazione è dentro di noi, non fuori da noi. Solo l’ipotetica e per nulla definita fine del mondo costringe le persone a pensare cosa farne della propria vita. A pensare di viverla davvero, poca o tanta che sia.
 
Siamo noi, o meglio sono io, un po’ così, spersa nel grigio che soffoca come un polline che ti intasa le vie aeree. C’è una mole di pensieri che si infilano laddove trovano facili accessi, non custoditi.
 
Il mio ricordo elementare è iconograficamente orribile. La maestra ci faceva attaccare su un album le cartoline dei monumenti della nostra città. Sarà stato lo stile, gli anni, i colori, non so, ma ogni cosa dalle Porte Palatine, a Palazzo Madama, da Piazza Castello alla Mole Antonelliana, dalle vedute sul Po alla Basilica di Superga, era, obiettivamente, brutta. Tristemente brutta.
La Mole, invece, è bellissima. Da un po’ di tempo, così ricorrente nelle mie giornate. Debitamente vicina, io che da bambina non la vedevo mai, perché lontana da quel fulcro centrale. E’ calamita, faro, cuore stella di questa città che ruota intorno, sfidandone l’ortogonalità genetica. Si incrociano le strade e i passi. Gravida di numeri, da Avogadro al pisano. Oggi sarò dentro a quello stesso bar di Afterville, dove si consumano superalcolici e femmine olografiche nell’attesa di.
La Mole è una punta conficcata dentro, come una spina che non lascia tregua. Non dolore, ma presenza. E ti costringe a tornare qui, in questa città che amo come un uomo di cui riconosco tutti i difetti, passandoci sopra, per amarne i suoi pregi.
E’ notte ieri notte lungo i muri che la costeggiano e noi si è fila osservante per entrare alla proiezione. Lei è lì, alta su di me, luminosa dei suoi numeri rossi che drizzano al cielo. 
 
Vorrei sommarti a me come un numero di Fibonacci e dirti che, in questa notte, il taglio di vento è gelido e io invidio la pelle tesa e le labbra carnose delle ragazzine adolescenti qui accanto, la loro bellezza pura. Non la mia pelle, ma il mio pensiero è a quegli anni. Con la sfacciataggine di allora ti vorrei qui, ora, e ti porterei lassù nello spazio stretto di una salita appuntita verso la luna e, magari, le stelle. Contro l’angolo acuto che non dà scampo a fughe di sorta, ti terrei prigioniero a me.
 
L’albeggiare di domani sarà una nuova libertà da catturare.
 

postato da: e.l.e.n.a. | 21:39 | commenti (40)

martedì, 08 aprile 2008

LA BANALITA’ DEL MALE
 
(Unforgettable)
 
Il giorno che appese le scarpe al chiodo fu un giorno deciso. Alla sua età si disse che poteva bastare. Passò in rassegna le 574 partite, le 3750 parate, i 960 minuti consecutivi di imbattibilità, i 387 gol subiti, i 98 calci di rigore di cui 19 deviati, le 22 panchine, i 21 allenatori di massima divisione  – lui aveva una memoria di ferro, come gli elefanti - i passi contati ogni maledetta domenica (e pure sabato peraltro) e qualche mercoledì/giovedì, tra un palo e l’altro come a controllare che non avessero allargato le porte, i tre saltelli a piè pari per toccare la traversa, la scaramanzia dell’erba raccolta al fondo della rete, i tre battimani a mani giunte coi guanti allacciati, prima del fischio d’inizio per darsi coraggio, i calzini arrotolati e spaiati, le pisciate nel sottopasso, i pugni chiusi al cielo quando un compagno segnava, le urla e i vaffanculo, tutti i pullman lato destro finestrino, gli stadi, da quelli di provincia con una sola tribunetta a quelli giganteschi, da novantamila posti, gli spogliatoi, dal più piccolo al più grande, le docce, le panche di ferro, gli armadietti, le iniezioni di Voltaren, i massaggiatori, dal “cobra” a Riccardo, Giulione e ultimo Cangemi, che lo dovevi chiamare per cognome, gli arbitri cornuti e non – ma lo erano quasi tutti -, i guardalinee che chissà che cazzo guardavano quando sbucava qualcuno all’improvviso e i compagni erano fermi come statue di sale e il fischio non arrivava, le volte che, dalla curva, gli avevano scandito che sua madre era una puttana e quelle che gli altri, i suoi, avevano gridato in coro uno di noi è proprio uno di noi, le due semifinali di Champions, i 9 derby, gli infortuni - la schiena, la frattura del setto nasale e del secondo metacarpo, la pubalgia di 9 anni prima -, le quattro monetine tirategli e poi raccolte fra cui una sterlina inglese, le ragazze quelle serie, a contratto almeno stagionale: Arianna, Lisa, Marcella, Diana, Sabina e Loreanne, e quelle da 90 minuti senza supplementari, circa 114 se si considerava pure la nigeriana con cui aveva soltanto parlato, ché lui era un vero maschio, le bestemmie e le madonne, i colori delle maglie e quelle scambiate, quella messa sottovetro e inquadrata, del più grande fra tutti, le due volte che se la tolse come fanno i bomber e si beccò l’ammonizione, i 21 cartellini gialli, la presenza in nazionale, unica e in panchina ma vale lo stesso, le partecipazioni a Controcampo e alla Domenica Sportiva, quelle nelle tv locali, le inaugurazioni dei club, il funerale di Sorini che aveva esordito nel Pizzighettone assieme a lui, i soldi guadagnati e quelli sputtanati, la Ferrari Testa Rossa (rivenduta dopo due mesi) il Porsche Cayenne e l’Aston Martin come quella di James Bond, le pubblicità, quella "progresso" dove era testimonial che l’alcool fa male e quella del latte da campioni arricchito con Omega 3, le quattro espulsioni, le amicizie sincere, la sua personale formazione delle “merdedituttiitempi” - come la chiamava lui - dove giocavano i suoi avversari peggiori, la feccia, la visita al Papa con tutta la squadra, giovanili comprese, la Partita del Cuore, contro gli avvocati che erano davvero delle pippe, ad eccezione di quel grandissimo figlio di puttana di Gervasoni che stava sempre in televisione, la figuraccia a Scherzi a Parte, la paura del primo aereo, le trasferte, i gagliardetti scambiati, le fasce da capitano, i ritiri in Valle d’Aosta, nel trentino, a Malta e in un posto talmente assurdo che non valeva la pena nominare, gli autografi, le foto coi tifosi, lo sguardo della moglie del mister della squadra della grande città … che se fosse stato per lei…e poi il gol di quel dannato di Ravera, una mezza sega pieno di efelidi, che lo schernì a bestia, per quella palla infilata fra le gambe, all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di recupero, quello, proprio quello che consentì alla squadra avversaria di aggiudicarsi la partita e alla sua di annullare ogni possibilità di salvezza, schiantandosi in B. Un’antica ruggine risalente ai tempi del campionato primavera, si sverniciò quando lui, accasciato a terra e umiliato per la papera colossale, fu costretto a guardare il Ravera calarsi mutande e pantaloncini mentre gli offriva le terga, ragliando un ti piace frocio di merda? e a vedere quel culo bianco, immondo e irridente pararglisi davanti. Gli diedero 8 giornate, poi ridotte a 7, al Ravera, ma, intanto, da quella partita iniziarono le sue stagioni a sorte alterna, fra alti e bassi. Questi ultimi di più.
Con spirito documentaristico e con una precisione chirurgica, tutto passò in rassegna, Mirko Arrighi, in quello scantinato, guardando con disprezzo Goffredo (dio, che nome del cazzo, aveva sempre pensato) nudo,  inginocchiato e con le mani legate dietro la schiena. Poi, con un colpo di polso rapido e netto come a spicciare l’ultimo pallone insidioso appena sopra la traversa, gli infilò la canna del silenziatore su per il culo. Lasciò sfiatare l’urlo e il tremore convulso seguito ad una raffica di no no no no no no no no no no no … e premette il grilletto.
Goffredo Ravera cadde bocconi sul pavimento, lasciando di sé un’immagine che, per i carabinieri di Busto Garolfo e per il suo amico Beppe, che ne aveva segnalato la scomparsa, aveva dell’ i n d i m e n t i c a b i l e.

postato da: e.l.e.n.a. | 15:29 | commenti (56)

mercoledì, 02 aprile 2008

INVISIBLE TOUCH
 
 
Ma quante mani tieni??, mi hanno chiesto ieri. Non quante ne vorrei, ho pensato. Ché le mani, a volte ne hai mille e a volte sono legate dietro la schiena. Le guardo. Piccole, scarne, le unghie corte, poco da femmina. A dispetto di certe rotondità, le mani tradiscono una magrezza primigenia che non mi appartiene più. Belle un tempo, come mi disse, inaspettatamente, il papà di Marco in un pomeriggio pigro di pioggia e battaglie navali, i tazzoni di thè, due padri, un bambino e una bambina a incrociare alfabeti e cacciatorpedinieri, numeri e voci nello scurirsi greve delle estati di montagna quando il tempo è temporale e tuoni. Che belle mani che hai, Elena!, detto a otto anni, prendendole e appoggiandomele sul suo palmo, fu colpo di fulmine. Piccole come allora, non più belle per via delle unghie dei pollici divelte nell’unico atto (inconsapevolmente) autodistruttivo della mia adolescenza. Mani che ho appoggiato sullo schermo e sulla carta per toccare parole come fossero guance e occhi e altri tremori. Mani che sì, vorrei averne di più, per sentire il suono che fanno le corde di corpi a fiato. Io che, al contrario, quando parlo, non gesticolo. Diversamente da chi mi è capitato di osservare quando si è parte di un pubblico, quale che sia. Quando lo sguardo si sofferma o è, addirittura, catturato da un mulinare smanioso, una punteggiatura di espressioni enfatiche, didattiche, ripetute e quasi ipnotiche, specie femminili. Io che le mani non le muovo mai se non per quello stupido e infantile portarsele alla bocca. O per tracciare misteriosi confini di sé, perimetrando dal collo alla nuca, lungo le spalle, nell’incavo sovraclavicolare, sui polsi, sotto le ascelle e all’attaccatura del seno. Mappatura esatta quanto labile.
 
Poi, accade di incrociare, simultaneamente, “La Banda” di Eran Kolirin. E sono mani che sfiorano l’aria sinuose e musicali a dirigere una muta orchestra contro il cielo, o altre che con timidezza estrema si posano sul ginocchio di una ragazza, in un duplice momento di apprendimento simile a passi di danza eseguiti dall’insegnante e dagli allievi di fronte alla parete a specchio. Fate come me, dicono e, in entrambi i casi, il gesto ripetuto è proprio quello che deve essere, è il giusto movimento, per niente falso, è il fraseggio terso e puro di chi sa dar voce, in un istante, al linguaggio perfetto.
 
E di sporcarmi queste mani non ho paura, al netto del peso insopportabile, persino.
 
Le mani sono voci accese come lampioni lungo le strade di notte, illuminano un cammino noto ma nuovo ogni volta che si risale la via o si costeggia un fianco lungo muri scabri, quando ci si ferma a riprendere fiato o, soltanto, ad accendersi una sigaretta, fissando il buio.
 
Le tue mani, talvolta, sono le mie.

postato da: e.l.e.n.a. | 18:10 | commenti (31)

sabato, 22 marzo 2008

EASTERNAZIONI
 
Aspetto un Uomo di Pasqua per poterne essere Sorpresa.

postato da: e.l.e.n.a. | 12:38 | commenti (33)

martedì, 18 marzo 2008

DISPERATO EMATICO STOMP
 
Operette Morali*
 
 
C'era una volta**.
C'era una volta una ragazza bellissima, intelligentissima che aveva un sacco di amici.
Bellissimi, intelligentissimi.
Tanti, ma così tanti che lei, talvolta, faceva fatica a vederli tutti, a parlare con tutti, a uscire con tutti.
Un giorno, a questa ragazza, prese la luna storta.
Si alzò e si diresse sull'orlo di un precipizio e si mise a ridere e a saltellare.
Ad uno ad uno gli amici - e le amiche, naturalmente - si radunarono per guardarla.
- che bella che sei!
- che brava che sei!
- ma come balli bene sai!
Lei li rimirava compiaciuta, i suoi amici.
Che begli amici che aveva, proprio gli amici giusti, bellissimi e intelligentissimi, come lei.
E saltellava sempre più vicino al vuoto.
Rideva sempre di più.
E faceva battute che facevano ridere tantissimo i suoi amici.
- che divertente che sei!
- che forte che sei!
- che mito che sei!
Lei non smetteva di pensare a quanto fosse fortunata ad avere amici così speciali, bellissimi e intelligentissimi.
E saltellava e rideva e danzava e faceva moine.
 
tralalalalà là là là
 
Ad un certo punto si cosparse di merda.
I n t e r a m e n t e.
Senza smettere di ballare, di cantare, di saltellare.
- che buon profumo che hai!
- che delicatezza!
- che fragranza!
Esclamavano estasiati gli amici con le nari sature di tanfo.
 
Poi.
Nessuno parve accorgersi del passo falso, del piede in fallo, dell'equilibrio perduto.
Precipitò nel baratro.
E mentre stava cadendo giù, sempre più giù...
Rideva e saltava e cantava.
La voce sempre più stridula e lontana e fonda.
Finché si udì uno "stomp".
Tutti i suoi amici si affacciarono, un po' incerti, sul bordo del precipizio.
Chi faceva ciao ciao con la manina.
Chi rideva di gusto.
Chi faceva girotondi.
Ma che bellissimi, ma che intelligentissimi, ma che super super issimi amici.
 
"STOMP".
 
Sì, sì, lo udirono proprio tutti.
Guardarono giù e non la videro più.
Casqué!
 
Allora, si incamminarono, distrattamente, sciorinando amenità.
- che bel sole oggi...
- domani si va in barca?
- cous cous per tutti?
Che bellissimi, che intelligentissimi e che affamatissimi!
 
tralalalalà là là là.
 
Sì, era proprio una bella mattina di sole, il cielo era alto.
Ma rimaneva nell'aria un persistente odore di merda.
Qualcuno li osservava perplesso e, subito, si affrettava ad allontanarsi, rapidamente.
Tzè… tutta invidia perché siamo bellissimi, siamo intelligentissimi. Siamo tutti amicissimi!
Ce l'avevano addosso. Ma non se ne accorgevano. Non se ne accorgevano più.
 
 §§§
 
**Questa è una favola per finta ma che ha una sua morale vera:
Se stai sbagliando e ti stai coprendo di merda un vero amico te lo dice. Tutti gli altri no.
 
 
 (*A Giacomì non ti rivoltare... ché tanto, già un po' stortarello sei!)

postato da: e.l.e.n.a. | 17:24 | commenti (42)

sabato, 08 marzo 2008

 

STAR WARS


(Polvere di Baustelle)
 
 
Notte poco romantica. Non siamo a Milano ma a Torino e, forse, è così che deve andare, non c'è modo di scappare.
Notte che è caverna, buia e spaventevole di calore di fucina. Il cantiere è aperto e noi siamo l'anima unisona del sottosuolo, operai sfatti ed esausti dall'attesa di essere sfamati da companatici di note, voci, suoni e ritmi. Né cielo, né il gocciare farinoso che ci lasciamo dietro, solo soffitto soverchiante e scenografia da oratorio su un palco striminzito da festa di fine anno con la band della scuola e la front woman da scarnificare a unghiate, la puttana.
Invece no. Nonostante quest'antro che riesce a inghiottire tutto e tutti, pure ottave vocali, il timbro femmineo ha ragione del nero, facendosi luce quanto è, non ombra ma luce contraria, quello maschile, penalizzato dall'acustica e sofferente come un Cristo la cui fronte è avvolta da una corona di spine.
C'è troppo calore, troppo sudore, troppa vicinanza di corpi ugualmente surriscaldati e ondeggianti come a succhiare quel poco di aria che c'è da respirare. E' la nostra dark room. Di fatto, l'istinto di sopravvivenza impedisce lo straniamento, l'abbandono totale, il trascinamento. La prevalenza del pensiero razionale gioca brutti scherzi all'aderenza appassionata a testi da capire, non solo da cantare. A fianco a noi due groupie urlano falsetti e adorazioni incondizionate, tremano e sospirano coi polmoni intasati di fanatismo e messinscena. La gioventù è il loro unico peccato.
Lo schiaffo a freddo è un baratro e, dopo, una fossa che si fa pietra tombale, dove siam precipitati tutti, un giorno, adulti o bambini. Toccare con mano cuore occhi bocca la crudezza dell'impossibile. L'empietà della speranza. Non ci sono miracoli. Nessuno è salvo. Alfredo è morto e la fronte imperlata si confonde con lucentezza altrettanto salina.
Notte poco romantica. Perché non te la puoi mica inventare così, su due piedi. Né sogni né amori né chimiche alchimie. E la Regina Amigdala è altrove.
La guerra non è finita e questa è una notte atomica, mon amour...

postato da: e.l.e.n.a. | 14:57 | commenti (30)